L’Europa di fronte all’IA: preservare l’indipendenza culturale*
Parigi (75)
Nel momento in cui le grandi potenze combattono per imporre la propria egemonia, bisogna interrogarsi su una forma di eccellenza che non è né economica, né politica, né militare. L’Europa, denigrata da alcuni per il suo passato coloniale, derisa da altri per la sua debolezza politica, conserva finora una certa preminenza culturale, sebbene poco ostentata. Essa dipende dal fatto che ha plasmato il pianeta dal XVIII secolo producendo una larga parte dei riferimenti giuridici, tecnici, regolamentari e persino estetici. Questa posizione eminente si manifesta concretamente nelle industrie del lusso, nell’architettura, nelle industrie e nei mestieri dell’arredo, della moda, nelle arti della tavola, nella gastronomia. Essa suscita al contempo bramosia e, come ogni modello dominante, una parte di gelosia e rifiuto.
Non bisogna denunciarla come l’espressione desueta di una cultura borghese, bensì come il pieno sviluppo di una civiltà. La ricerca del bello e il perfezionismo che la accompagna sono i segni di un superamento dei soli interessi economici a favore di soddisfazioni di essenza superiore, in ogni caso più benefiche per l’anima umana. Il fatto che i prodotti che ne derivano siano accaparrati dai principali detentori delle ricchezze non ne stabilisce né la squalifica né l’assenza di rappresentatività. Tanto più che i privilegiati hanno a lungo condiviso questo privilegio con altri beneficiari e in particolare con le istituzioni religiose in tutte le loro forme. La correlazione tra la fede dei popoli e la produzione di opere eccezionali non è del resto estranea alla loro sacralizzazione. Piuttosto che criticarle in quanto simboli di ricchezza, è a tutti, senza discriminazioni, che conviene rendere accessibili queste opere d’eccezione, materiali o immateriali che siano.
Il mondo attuale subisce la tensione tra il fascino per un benessere materiale di cui i politici di ogni sorta hanno fatto il loro mantra e il loro nutrimento, e questa convinzione intima che la felicità risieda tanto — se non di più — nella contemplazione della natura e di opere eccezionali frutto della produzione umana. A questo riguardo, colpisce il fatto che tutti i leader politici mondiali di cui si può pensare che rivendichino una postura esemplare accumulino unanimemente enormi ricchezze personali con la stessa disinvoltura delle star del calcio.
Per contrasto, la cultura europea di ispirazione giudeo-cristiana potrebbe apparire piuttosto antiquata. Essa difende una visione del mondo intrisa di morale e una diffidenza nei confronti delle dittature, eredità delle due guerre mondiali che ne precipitarono il declino. In realtà, conserva semplicemente un vantaggio e l’unico rimprovero che le si possa muovere è quello di non proclamare ad alta voce la propria visione alternativa rispetto a quella dei nuovi imperialismi. Perché la sua debolezza è solo apparente. Certo, può sembrare futile, persino ingenuo, condurre una battaglia di retroguardia nel campo della cultura; una postura ridicola agli occhi dei difensori della Realpolitik, che si fanno beffe di tale ingenuità. In verità, la posta in gioco è prioritaria.
L’IA, che domani governerà le nostre vite, si nutre dei dati selezionati dai suoi programmatori: contenuti e algoritmi. In altre parole, questi calcolatori elaborano una massa di dati precedentemente selezionati e gerarchizzati, senza alcuna risorsa autonoma di arbitraggio. I bambini, gli studenti, i ricercatori, così come i creatori che già delegano la redazione delle proprie produzioni a questo strumento di scrittura o di impaginazione interamente condizionato da Google, Meta e altri Microsoft, saranno prigionieri delle scelte di queste aziende. Senza nemmeno parlare dei processi di censura a posteriori, esiste quindi un inquadramento dei contenuti capace di condizionare sia essi sia i loro utilizzatori. Per fare esempi concreti, immaginiamo che una di queste aziende escluda dai propri dati un determinato artista o una determinata corrente letteraria: questa restrizione altererà l’insieme delle conclusioni dei calcolatori.
Nel campo della creazione cinematografica, si tratta della disneyizzazione dei contenuti e, di conseguenza, delle mentalità. Nel campo letterario, è la porta aperta a ogni forma di censura, di cui il wokismo ha dato un esempio. Nel campo musicale, è il martellamento di formati musicali privilegiati; nel campo della storia, è la sua riscrittura al servizio di disegni politici. A questo pericolo, una possibile risposta è il formattamento ideologico o confessionale di differenti produttori di IA. Allo stato attuale, non solo questa scelta non esiste ancora, ma non è neppure certo che sia auspicabile. Più ancora dei media del passato, la stampa o la televisione, è un condizionamento degli individui che ci minaccia attraverso l’IA.
All’opposto di un’intelligenza lasciata al proprio libero arbitrio, l’IA diventa la cassa di risonanza, il formidabile amplificatore, di una cultura selettiva su scala planetaria. Essa pone gli individui in una situazione di tutela.
È per questa ragione che importa che l’Europa preservi a ogni costo il controllo dei propri contenuti artistici e culturali, poiché si tratta di una questione di educazione, libertà e indipendenza. Per assicurarsene, e senza necessariamente rinunciare a sfidare possibili aggressori sul terreno della forza armata, non è forse ragionevole mantenere le linee sulle posizioni che sono nostre: la cultura nella sua accezione più ampia, uno spettro che copre tanto la musica quanto la letteratura, l’architettura, l’opera, il cinema o il teatro, ma anche la moda e tutte le espressioni dell’artigianato? Su questi territori, senza rivendicare un’esclusività, l’Europa detiene posizioni vantaggiose, illustrate dal fervore universale di un turismo di visitatori attratti dai suoi valori culturali. Ora, nei campi in cui sono emerse arti maggiori, si pensi in particolare al teatro, al cinema o all’opera e ai suoi derivati delle commedie musicali, i media internazionali, che sono in gran parte in altre mani, tendono a privilegiare contenuti formattati a fini più commerciali che artistici, quando non servano a finalità politiche. Per rafforzare la loro egemonia, vengono investiti persino i luoghi di diffusione. Se non vi si presta attenzione, l’Europa presto non avrà più altra alternativa che tra produzioni americane o cinesi avallate dalle citazioni dell’intelligenza artificiale.
Nell’epoca degli influencer, mettere in risalto il peso di una cultura al tempo stesso ancestrale e contemporanea, ma rispettosa delle diversità, diventa un’originalità e una postura che mostra un’alternativa a tutti i totalitarismi attuali. La sua diffusione si impone come una necessità morale e politica. Essa può appoggiarsi a una creatività attinta alla diversità delle lingue e delle regioni. Una mutualizzazione dei media di comunicazione e degli strumenti logistici e tecnici di formattazione deve essere posta al suo servizio all’interno della comunità europea.
Stéphane Millet
*Titolo creato dall’IA.